Camminando i passi dei Templari

San Tiburzio, ruderi di un’abbazia medievale nella campagna maremmana, a un tiro di schioppo (facciamo due, va’) da Magliano in Toscana.

The church of San Tiburzio

The church of San Tiburzio

San Tiburzio, meglio conosciuta come San Bruzio, secondo la storiografia ufficiale e documentata, ma soprattutto San Bruzio, con la sua finestra storta, le sue croci incise, la chiave di volta con la croce greca scolpita in bassorilievo, come a dire “non vedete, la firma?”.

San Bruzio, con la sua cupola ottagonale (e qui, si apre il cielo!).

San Bruzio con il suo perfetto orientamento. San Bruzio con il suo “buco” direzionale, nascosto, scoperto solo da qualche mese. San Bruzio col suo altare spaccato, i suoi capitelli che parlano una lingua dimenticata, la sua “triplice cinta” in parte rubata, le sue sepolture, la sua “galleria” sotterranea e le sue leggende.

San Bruzio, abbazia benedettina, che ha visto l’arrivo dei Bianchi Mantelli, il loro stazionare poco lontano.

The river Patrignone

The river Patrignone

Ci incamminiamo verso il paese. Lasciamo l’asfalto, per arrivare all’antico guado del fiume Patrignone, riportato alla luce dalla piena del 2012. La sua tecnica costruttiva richiama il selciato di Sovana, col suo matton per ritto. Il guado, ammodernato nel tempo per rispondere alla mutate esigenze di trasporto, fu abbandonato al suo destino dopo la costruzione del vicino ponte.

Il ritrovamento di una formella di travertino scolpita, nei pressi del guado (poco sotto, dove il fiume fa una curva), racconta chi, quel guado, lo ha custodito, per circa due secoli. La formella potremo ammirarla in paese.

Imbocchiamo la strada “romana”, così chiamata popolarmente, per il suo selciato di sassi. In realtà, la sua costruzione risale a diversi secoli dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente. Lungo questa strada, si può ammirare uno dei paesaggi più belli di Maremma, l’occhio spazia dalle colline dell’entroterra fino alla Corsica, visibile nei chiari giorni di tramontana.

E’ ora di pranzo, i Bianchi Mantelli, percorrendo questa stessa strada, avrebbero sostato per il desco, approntato alla meglio, consumando i loro piatti preferiti, subito pronti, leggeri, ma sostanziosi e saporiti. E così faremo noi, tra ulivi che sussurrano la Storia che, di qui, è passata e continua a scrivere le sue pagine.

Giungiamo in paese, o, meglio, in quella che, fino al secolo scorso, era aperta campagna, ci troviamo davanti al santuario della Madonna della Salute, qualche cenno storico su questa chiesa ed entriamo, scoprendo un ciclo di affreschi che neppure le disgraziate scelte “artistiche” successive hanno privato dei loro colori originali e delle storie dipinte.

Magliano

Magliano

Sono diverse, le particolarità di questo santuario. La Madonna del Latte, certo, ma le tante Madonne col velo bianco di cui è disseminata la chiesa. L’affresco senza prospettiva, le sinopie, ma soprattutto le incisioni che raccontano di pellegrini colti, di profumo di giglio templare, di firme chiare come la luce del sole, per chi sa ancora leggere tra le righe.

Di qui sono passati viandanti, occasionali o motivati dal pellegrinaggio, è passato anche chi, di ritorno dalla Terra Santa, ha voluto lasciare la sua personale testimonianza sulla liscia pietra dell’esterno.

E’ ora di entrare nel borgo fortificato, subito accolti dall’Agnus Dei (ricordate, la formella ritrovata al Patrignone?). Nel Medioevo, proprio questo candido agnello fu usato come simbolo della corporazione dei Lanai, ma nessun lanaio si sarebbe azzardato a scolpire, dietro alla testolina della bestiola, una croce greca potenziata.

Quella croce, con quel potenziamento, solo i Bianchi Mantelli potevano pensarla.

Si cammina in quello che è l’attuale corso, cercando di immaginare come potesse essere il paese, nel Medioevo. Difficile farsene un’idea, proverò a disegnarvelo nella vostra mente, basta che chiudiate gli occhi, quando ve lo dirò.

Il paese il primo maggio è attraversato dal corteo storico.

Il corteo storico delle sette contrade del borgo, coi loro colori e i loro blasoni, in parte recuperati dagli archivi storici, in parte pensati in base al nome della contrada.

Magliano in Toscana, il paese delle sette chiese (anche qui, esisteva il “giro delle sette chiese”, mica siamo da meno eh!), quattro delle quali ormai scomparse, o adattate ad abitazioni.

Il corteo, così come è composto attualmente, è stato pensato, negli anni, cercando di trarre qualche idea dal corteo storico più famoso al mondo, quello di Siena. Questo, grazie al fatto che i nomi delle contrade sono stati dati proprio durante il periodo del governo senese.

The church of San Martino

The church of San Martino

San Martino, la pieve del paese. La chiesa più antica, con la sua originaria pianta a croce greca, già mutata, dopo non moltissimo tempo, in croce latina, con la costruzione dell’attuale navata.

San Martino, col suo drago e il cavaliere che lo combatte, simbolo dell’eterna lotta tra Bene e Male, ma anche della “piccola battaglia” e della “grande battaglia” che, ogni Templare, è tenuto a sostenere.

San Martino, con la sua croce patente e il suo omphalos.

San Martino, coi suoi affreschi di differenti epoche e maestranze, con la sua deposizione di indubbia fattura della famiglia dei Lorenzetti (Pietro, fratello maggiore di Ambrogio).

San Martino, con la sua “porta degli sposi” e l’affresco soprastante. Ci vogliono buoni occhi per saper leggere il poco colore e le poche forme rimaste, ma ci vogliono ancor migliori occhi per capire l’eccezionalità della presenza di un volto dai tratti inconfondibili, dipinto nel rivestimento della lunetta.

Non lascio nulla, al caso, per un Templare il caso non esiste. Quel volto, poi due croci dei pellegrini sulla fiancata della chiesa, poi quegli affreschi, poi lo spedale che un tempo affiancava chiesa e convento. Tutto parla di Chi aveva ed ha l’obbligo (sotto giuramento) della protezione dei pellegrini di ogni tempo, di chi cerca un luogo fatto di pietra e terra e chi, quel luogo, lo cerca dentro sé stesso.

Come allora, i Templari si presentano vestiti allo stesso modo, il Bianco Mantello e la sua Croce Patente, la cotta di cotone e il cinturone, la spada e l’elmo. Non costumi di scena, esibiti in qualche improbabile corteo storico.

The Knight Templar

The Knight Templar

Il mantello, per un Templare, simboleggia l’anima. Per questo, è intoccabile da parte di chiunque. E l’anima non deve essere sporcata dalla polvere del mondo, se ne sta a 33 centimetri da terra. Quando il Templare veste il suo mantello, non esiste per lui fatica insopportabile, stanchezza invincibile. Può restare solo in piedi, sull’attenti, sempre pronto all’azione. Non esiste il tempo, che si tratti di un minuto o di una notte intera di veglia.

Il Cavaliere dal Bianco Mantello è il Cavaliere che combatte al limes, su quella linea invisibile di confine che porta dentro di sé e che ritrova in ogni aspetto della sua vicenda umana, tra e con i Confratelli.

Giampiero Bisconti Mannucci